‘DOPO LA FINE DELL’ARTE’ E L’ARTISTA ‘BRAND’

L’artista famoso oggi è un artista star, è come un brand molto più iconico dell’artista famoso anhe solo  50 anni fa.ART ADVISOR ITALIA

ART ADVISOR ITALIA Artisti come Damien Hirst, Tracey Emin, Jeff Koons, Marina Abramovic, Vanessa Beecroft, Anish Kapoor, Maurizio Cattelan  sono premiati con una popolarità degna delle star del cinema , sconfinano nelll’ambiente della moda e del rock .

Basti citare la collaborazione di Jeff Koons con Louis Vuitton . La moda ha una ricerca estetica che va oltre il valore d’uso di un oggetto, è un valore simbolico. L’arte dovrebbe andare oltre a questo : va oltre l’effimero perché esprime valori, esprime idee. Viene da chiedersi se in queste contaminazioni sia più il brand della moda a imporsi sul valore d’arte o viceversa.

Questa contaminazione verso il brand e lo star system  è figlia di un movimento che non può non essere citato per capire come si è arrivati a questo punto : la Pop art.

Secondo Arthur Danto , dopo l’esposizione del ‘brillo box’ in un museo l’arte era morta. La fine dell’ arte, era da intendersi come fine della storia dell’arte. Il che non significa che l’ arte non possa proseguire il suo cammino, ma che  ha ora raggiunto finalmente quel grado di  libertà che ne favorisce sviluppi plurilaterali, e non  più un corso in un’unica storia. Oggi l’ arte  si sviluppa in tutte le direzioni.

La Pop Art, dunque,  ha portato a termine quel compito storico di indagare sull’ essenza dell’ arte, su cui si erano scontrate le  avanguardie.ART ADVISOR ITALIA

Brillo Box,  avendo reso accettabile che qualsiasi cosa o rappresentazione possa avere il ruolo di opera d’ arte, ha reso gli artisti  liberi di correre ciascuno nella direzione che vuole e i percorsi dell’arte oggi  si diramano in tutte le direzioni.

Con la Pop Art, quello sviluppo della storia dell’ arte, in cui si sono alternate avanguardie ciascuna delle quali alla ricerca dell’ essenza dell’ arte, si arresta. Si è arrivati a quello che Danto ritiene  l’ essenza dell’ arte e cioè il suo “aboutness”, l’ essere-a-proposito-di .
Questo processo, culminante con Pop Art e Brillo Box, comporta, secondo Danto, l’ affrancamento dell’ arte dalla filosofia e dalla storia. Di morte dell’arte, peraltro,  se ne parla da un secolo, ma in realtà non muore mai : cambia.  Cambia pelle; dal momento in cui una scatola da supermarket è entrata in un museo, l’arte ha subito uno scossone. Eternità ed estetica l’hanno subìto, in primis.

Si può fare un paragone fra l’idea sostenuta da Danto e quella  di Fukujama negli anni Novanta, per il quale con la democrazia ed il libero mercato la storia è finita. Come i paesi democratici e liberali infatti non confliggono tra di loro e convivono pacificamente, così non esistono più avanguardie che si danno il passaggio del testimone, ma molteplici direzioni contemporanee nel mercato, sempre più rilevante, sempre più aberrante, sperequato, distonico.

Un mercato in cui appunto il brand prevale, e l’artista iconico di oggi è egli stesso BRAND. ART ADVISOR ITALIA 

Facciamo un esempio per tutti.

Hirst valeva 100 milioni di sterline a 40 anni : Warhol e Picasso polverizzati in un battito di ciglia. La sua frase è “trasformarsi in un nome di brand è importante : è il mondo in cui viviamo “.

Ha lavorato su un binomio classico : vita e morte, eros e thanatos ;da lì, però, s’è mosso in chiave spettacolare .

Prima con ‘A thousand years’, con animali in decomposizione, poi con lo squalo, quello che ha dato il titolo al testo ‘Uno squalo da un milione di dollari’, di Donald Thompson. Ha poi messo in scena le  pillole con cui ci curiamo e avveleniamo, poi le farfalle eteree simbolo di vita breve.

Sono tutte opere che esprimono la forza del pensiero di Hirst, la sua idea di morte e dissoluzione, ripresa da Francis Bacon, ma anche la disperata ricerca di un senso legato al ciclo delle cose e alla loro ineluttabilità.

 

Emblema di un’epoca è il teschio ricoperto di diamanti , ‘For the Love of God’

Si tratta di  un cranio umano gothic-rock-pop che pare rivestire, in modo glamorous quanto  beffardo,  una danza macabra medievale. La pietra più grande è l’ emblema dello sciupìo vistoso, quasi a strizzare l’occhio all’idea di spreco come di  effimero che passa e allo stesso tempo quasi a fare un rito apotropaico contro la morte, rendendola bella, preziosa, addirittura appetibile.. Spiega Hirst che in Inghilterra, “Per l’amor di Dio” ha due significati, quello letterale, e cioè, che tu agisci per far piacere a Dio, ma è anche un’esclamazione, tipo “Per l’amor di Dio!”, quando fai qualcosa di sbagliato. Te lo direbbe tua madre se rompi un piatto: “Per l’amore di Dio, perché lo hai fatto?”.

E’ iconico e ironico, ha entrambi i significati. Il teschio lo è : è quasi rock, ma costa come niente al mondo; è iconico come il teschio della Trinità di Masaccio, ma beffardo come una pietra così vistosa da sembrare finta. E’ un Totem sacro che fa  una risata .

Hirst ha, poi,  ideato una mostra a Venezia in cui si  è inventato un vascello fantasma e ha fatto dello storytelling un punto di fuga, per dire che tutto ciò che vuoi che sia vero, lo diventa, compreso un tesoro ritrovato, che invece è un ‘invenzione per permettergli di creare busti ispirati alle Barbies e omaggi a Topolino e a Andy Warhol ( non a caso ): ‘The treasure from the wreck of the unbelievable’ è la mostra  in cui il gioco fra realtà e finzione è più che mai erede di Duchamp e più che mai post moderna e francamente irresistibile.

 

E’ solo una grande  astuzia commerciale con l’iniziale sostegno di Saatchi ?

No , per il filosofo Josè Jimenez queste provocazioni non sono inferiori alla portata che ebbe la ‘Fontana’ di Duchamp nella seconda decade del Novecento o al ferro da stiro chiodato di Man Ray : corto circuiti mentali che ridisegnano il ruolo dell’artista contemporaneo ma oggi, anche, lo ‘brandizzano’, proprio perché il sistema in cui viviamo è quello della moda e dello star system.

Hirst ha affermato che amava avere  una fabbrica ( come Warhol con la factory ) che producesse i suoi lavori, ma non una fabbrica di idee.

L’idea, è tutto. L’idea va preservata. Ecco perche’ lo squalo ha un altro titolo , che obblighi a ripensare il suo significato : ‘L’impossibilità fisica della morte nella testa di un essere vivente’ .

Ecco il brand : c’è Damien Hirst che produce dei Damien Hirst. Come Prada o Gucci : solo che per goderne, si paga di più. Si compra il nome, l’idea. Ma si compra un’idea immortale, fuori tempo, fuori spazio, fuori trend.

Quella di Hirst è’ il gioco di meditazione sulla morte che va da Duchamp a Warhol, in chiave contemporanea. Il teschio è il punto d’arrivo della sua estetica della morte in chiave contemporanea. “Mi sono sempre piaciuti i teschi, da quando la mia ragazza mi disse: “Non puoi fare teschi? sono troppo affascinanti”, e mi ha fatto venire voglia. Ecco perchè ho realizzato quello coperto di diamanti. Penso che non ci siano limiti al fascino di un teschio, ho una casa in Messico , là amano i teschi. E mi piace continuare a farli anche quando saranno fuori moda e poi alla moda e poi fuori moda”. Si diceva , appunto, brand…

Koons è  festoso, si muove in un universo più ludico, la Emin su un universo pop-psicanalitico di scrittura di diario privato, ma la falsariga è il brand.

Pendiamo dai sorrisi fiorati di  Murakami : Brand e icone , con dei salti nella performance quasi a scardinare  l’ordine fisico di una vita invasa da etichette. Fisicità che non a casa  in Hirst è  appunto preponderante, anche nel modo di vedere e recepire l’opera :  in una visione certamente più fisica che emotiva per lo spettatore  ( come  era  invece dall’ Impressionismo). Arte ‘flesh&bones’, si potrebbe dire, quasi alla lettera, dato l’uso di cadaveri e teschi come nemmeno in una ‘vanitas vanitatum’ medievale o secentesca.

Per capire se l’arte sia oggi un fatto di imprenditorialità, una vocazione , una filosofia estetica  o un grande  intrattenimento, c’è il magnifico testo di Sarah Thornton, ’33 artisti in tre atti’ . Di questo libro,  Orozco ha detto ‘ eravamo tutti in biancheria intima quando ci ha intervistati; alcuni di noi sno riusciti a mantenere le calze’.

Ecco, mettere  a nudo il sistema e i suoi attori per scoprirne i talenti, le zone d’ombra, in un intimate circle affascinante come un romanzo, è un gioco molto importante, che riconduce al pensiero di Danto : l’arte è fuori dalla storia e viaggia libera, fra mille contraddizioni.

https://www.thearttime.com/it/art-contemporary-reviews-and-interviews/

 

 

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BARBARA MATERA. ASTRATTISMO MATERICO

Il contemporaneo, dal XX secolo ad oggi, è sostanzialmente  universo astratto ( cioè abbandono della rappresentazione )   o sfondamento della tela ( fino al passaggio alla realtà fisica e all’ambiente ) .

Nel caso di Barbara Matera, artista italo americana che si è formata all’ Accademia di Belle Arti di Bologna, l’arte è costituita di frammenti astratti fortemente materici, in uno suggestivo yin e yang in cui spirito e materia, idea e oggetto fisico duellano in uno scontro che è armonioso anche se dinamico.

C’è, nelle sue opere, una tensione cromatica supportata dalla consistenza spessa della superficie, una tensione però priva di  pericolo: ci si trova su  una corda tesa fra la quiete zen e il movimento delle forze naturali, fra azzurri, blu cobalto e grigi ultramarini che hanno una dimensione di spazio  onirico, emotivo, ma  noetico e  logico allo stesso tempo.

Se prevalga la ragione o il sentimento in un quadro dell’artista  è quasi un affare dello spettatore, la sua ricerca si muove e si concentra sui materiali che incarnano l’idea, panorami dell’animo o della mente a seconda di come si voglia leggerli. In una parola è un’arte  libera di ‘vagare’, ma che lo fa parlando un linguaggio chiaro, lineare, perfino concreto.

Si è difronte a opere che rimandano a una tela qualsiasi dell’Espressionismo Astratto, di Rothko in primo luogo, in cui  vengono in luce, come in quei pittori,  le energie primarie, la soggettività dell’autore, una pittura “della profondità” che rinasce attuale e nuova, pur con rimandi inequivocabili a quella scuola newyorkese.

Come in quella scuola, si resta sulla tela ma si tende a uscire oltri i margini, non si esce fuori dal supporto cartaceo, mediante una performance, ad esempio, ma si ‘performa’ sulla carta, si lascia che lo spazio tenda a sconfinare, che il colore goccioli, che i nodi del materiale – feltro si intrichino autonomamente come fili di pensieri sparsi, ma controllati.

Sono opere come campi di energie circolanti, come degli ‘happened’ catturati nel momento della loro epifania, in una fame di sconfinamento a volte evidente, a volte trattenuto ( in linee geometriche  lunghe e strette),  in  una pittura che si cristallizza sul supporto come una perla della collana del tempo bergsoniano, frammenti di un ‘continuo’ che non è spezzato, ma colto in parte .

Gli intrichi filamentosi di feltro, l’ingarbugliamento dei materiali morbidi uniscono la forza dell’emersione di energie profonde primarie ( l’Es di Freud, tout court) alla sussistenza corposa della materia reale che rivendica un posto primario, pulsante quanto le energie eteree della mente e delle emozioni. Gli impulsi emotivi questo significano, letteralmente : muoversi fuori e muovere fuori, incarnarsi in superficie e portare in superficie quelli dell’artista e dello spettatore.

Laureata in sociologia, il rapporto fra gli uomini e fra l’uomo e l’ambiente sono il fulcro tematico della ricerca artistica di Barbara Matera: anche quando resta sulla tela, senza realizzare installazioni o performance o video art di cui si è spesso occupata, il collegamento con lo spazio là fuori, con il mondo reale, con l’ambiente che si vive è dietro l’angolo, oltre il campo visivo e oltre la bidimensionalità della tela.

Per l’artista, l’arte può e deve provocare consapevolezza, cambiamento e porre in relazione persone e cose.

La materia, come nell’Arte Povera, è il primo passo per parlare al cuore dell’uomo e rievocare, portare a galla, causare ‘appartenenze’. Il supporto è carta fatta a mano con lana cardata o in tela di lino e il feltro dai colori lacustri, marini e siderali si appoggia sulla superficie riportando alla luce memorie Rothkiane, ma anche il ‘qui e ora’ di un’estetica quotidiana fatta di  stracci, di corde, di sacchi o appunto, semplicemente, di feltro.

Si ricerca un’arte che va all’origine della vita,  delle energie che la governano e dell’Io profondo che determina emozioni e azioni dietro le quinte.

Per questo è un’arte che entra sottopelle, che si tocca, che ha spessore ma anche che ‘ci tocca’, aprendo la mente ad infinite connessioni con l’ ‘Oltre’, fatto di fondali marini, di melme lacustri, di cieli, in una parola  di Infinito. La natura e i ricordi e i rapporti che l’uomo  ha con lei, in tutte le sue sfaccettature, sono il punto di fuga  a cui queste opere tendono, con un’ intensa vibrazione di energia in ogni nodo, in ogni intrico, in ogni curva o retta davanti al nostro sguardo.

ROBERTA GUIDUCCI

 

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SOTTO IL SEGNO DI SATURNO . il tempo dell’/nell’ ARTE

L’indimenticabile testo ‘Saturno e la Melanconia’ di Erwin Panofsky è alla base della scelta del nome The Art Time , in cui il Tempo prevale certamente sulla Malinconia, ma è anche ad essa strettamente legato.

Sono due valori connessi. Il Tempo scorre, lascia tracce, l’Arte scalfisce e lenisce con le sue domande e le sue offerte, la Malinconia è connaturata all’uomo, che forse crea e colleziona per lo stesso motivo : fuggire quell’umor nero,  quel sottile ‘piacere di esser triste’ connaturato alla natura precaria e mortale dell’essere umano .

Tempo e Malinconia erano in questo testo indagate riguardo l’uomo rinascimentale, centrato su di sé , ma anche piccolo di fronte all’eterno universo; questo sentimento è, ancora oggi, più vivo che mai .

Saturno muta e scorre e il senso di piccolezza è infinito. In ogni settore della conoscenza, medicina, psichiatria, storia, filosofia, religione, teologia, alchimia , arte, letteratura, gli studi su tempo e malinconia si sono intensificati, dall’uscita di questo testo, proprio perché sollevano questioni che sono fondamentali per l’uomo postmoderno.

Già nella modernità, il senso  dell’ineffabilità e dell’annullamento di alcune categorie identitarie era indagato ed espresso.

E’ un filo rosso, il Tempo, che attraversa l’arte e la trattiene.

Malinconia in Arte  non è tanto ansietà, tristezza o stanchezza; malinconia indica soprattutto, all’interno della suddivisione dei quattro umori aristotelici, uno stato d’animo temporaneo, dolcemente pensoso, ineffabile e nostalgico . E’ come il Nostos di Ulisse, che consisteva nel desiderare il ritorno a casa e nell’incessante desiderio di ripartire. E’ la malinconia della sera o dell’autunno  o,  come diceva Shakespeare,  la ‘Malinconia di Moor-ditch’.

Il tempo è qualcosa che fugge, la nostalgia è il desiderio eterno, al di là dello spazio e del tempo, di imprimere un carattere di eterno ritorno a  esperienze, momenti ,  domande,  idee;  un ritorno possibile attraverso le forme dell’Arte.

Melancholia I di Albrecht Durer è quel capolavoro di simboli misteriosi, matematica mischiata all’arte sublime rinascimentale, che svela questo tratto dell’artista: capo tra le mani, sguardo pensoso verso i misteri del mondo organico e inorganico, i misteri della vita, tout court .

Il tempo dell’Arte è quel tempo che permane, nonostante di base lui fugga . E’ il  motivo per cui l’artista crea e il collezionista trattiene le idee eterne che chi crea gli consegna .

The Art Time è ispirato al  tempo, che da Panofsky ha segnato il senso del ‘fare’  artistico. 

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L’AURA DELL’ARTISTA nell’arte contemporanea secondo Dal Lago

Spesso ci si chiede : questa è arte ? Non esiste Arte senza AuraCONSULENTE D’ARTE ITALIA  

L’aura è il charisma dell’artista , depositario di un’ idea, prima che di una technè , definizione greca dell’arte ancora valida ma non sufficiente.

Tecnica, ma soprattutto  Idea. In ‘Teoria dell’arte’, Josè Jimenez spiega bene come l’Idea , la Noesis, il processo mentale sia alla base della maggior parte dell’arte novecentesca, sia la vera rivoluzione , più ancora dell’abolizione della prospettiva e della creazione dell’Astrattismo .

Scrive Andy Warhol (guru del Pop e emblema del rischio, secondo Arthur Danto, della fine dell’arte, con la sua ‘Brillo Box’, scatolone da supermercato,  esposta in un Museo,) , in La filosofia di Andy Warhol:

“Alcune aziende erano interessate all’acquisto della mia Aura. Non volevano i miei prodotti, continuavano a dirmi : Vogliamo la tua Aura. …Non sono mai riuscito a capire che cosa volessero, ma sarebbero stati disposti a pagare un mucchio di dollari per averla. Ho pensato allora che se qualcuno era disposto a pagarla tanto, avrei dovuto provare ad immaginare CHE COSA FOSSE”.

No, l’Arte non è morta con la Brillo box” esposta e l’Aura nemmeno, Danto ha ritrattato anni dopo, affermando che si trasforma, come un mutante, ma non muore. Warhol stesso ne parla, di questo mistero dell’Aura d’artista. Dissacrante, ironico e iconico.

Iconico, aggettivo chiave. L’Aura, questa ineffabile essenza d’artista, à la Man Ray o à la Piero Manzoni (quello era il fiato d’artista,  ma sempre di respiro carismatico si tratta ), è sicuramente iconica. Fissa l’immagine carismatica della creatività artistica in un’idea. La Fontana di Marcel Duchamp, i baffi della sua Gioconda, Il Ferro da stiro con i chiodi ( oggetto minacciosamente erotico quanto quotidianamente inutile e pericoloso) di Man Ray, per fare solo alcuni esempi famosi.

Ma a voler bene guardare, il chiodo piantato nel bel mezzo della tela di George Braque  ‘Brocca e Violino’ del 1909-10 era già , oltre che un oggetto vero e proprio parte di una tela bidimensionale (preludio agli oggetti cubisti successivi e soprattutto al salto dalla tela alla realtà tridimensionale di moltissima arte novecentesca e contemporanea), un ‘IDEA, con la sua aura iconica indiscutibile.

Gli esempi potrebbero essere infiniti , fino agli attuali Damien Hirst con le sue provocazioni iconiche fin dagli esordi ,  Jeff Koons con i suoi ‘Puppies’ e via dicendo.

Alessandro dal Lago scrive, nel suo testo illuminante Mercanti  d‘Aura, che l’aura è viva e vende bene.CONSULENTE D’ARTE ITALIA

 

I musei l’acquistano, i collezionisti la desiderano, il pubblico ne resta a volte sgomento, a volte attratto. Vende.

Per noi macchine desideranti, è l’oggetto del desiderio, un possesso materiale che nasconde e svela un possesso immateriale mille volte più potente, perché iconico, quasi divino nel suo pagano trasgredire la tradizione, l’idea di bello e di tutto ciò che era regola  ( technè).

Walter Benjamin ha aperto il varco sul tema della possibilità dell’Aura di sopravvivere all’era della  riproduzione tecnica artistica.

L’alone di unicità che avvolgeva l’opera classica o comunque tradizionale non trovava più corrispondenza nell’arte contemporanea, in cui l’Aura definisce l’attitudine di un’opera d’arte a produrre un dato effetto sul pubblico in termini simili a ciò che appunto in filosofia o sociologia ( si veda Max Weber) viene definito CARISMA .

Movimenti come Dada, Futurismo , Cubismo stavano intaccando ogni pretesa di ieraticità dell’arte, con gli oggetti incastrati sulle tele, poesie come ‘INSALATE DI PAROLE’, de-sacralizzazione dell’immagine e via dicendo .

Si possono affermare tre grandi temi secondo Del Lago sulla perdita dell’aura temuta nel XX secolo 

-l’arte si de-sacralizza, anche per via di un pubblico sempre più vasto a partire dal XIX secolo ;

-questa sorta di de-sacralizzazione è potenziata dalla riproduzione meccanica delle immagini ;

-le Avanguardie, infine, determinano quasi il funerale dell’aura, con le loro ricerche di materiali  e linguaggi che vengono dalla quotidianità. E’ l’esatto opposto di ciò che aveva fatto l’Arte fino a quel momento:  sacralizzare,  creare altari atemporali e non tollerare il transeunte.

In quel momento, con Salons e Musei, il pubblico si divide fra quello privato che colleziona e quello dell’arte pubblica e monumentale.

L’Aura non muore, così come non muore l’Arte ; non scompare ma cambia, si trasforma, evolve

 

L’Aura di un’opera è l’effetto che produce, effetto che muta con il tipo di opera e la tipologia di pubblico .

Aura e Simulacro sono due termini avvicinabili,  nell’arte contemporanea.

Il Simulacro deriva dal latino simulare e significa statua . In realtà, il Simulacro va ben oltre questo.

E’ un ente che  va oltre un ‘Idea.

L’Arte, con la sua aura carismatica, classica o contemporanea che sia, ha sempre realizzato simulacri . Monna Lisa, ad esempio, la celeberrima Gioconda, non è né la vera dama di Firenze né la sua idea, anche se è entrambe le cose. Va però oltre : oltre la realtà e oltre l’idea, unita a noi attraverso quella carismatica particella detta Aura.

Si deve aggiungere un fatto tipico dell’arte oggi : la sua tendenza, come tutto in economia, a diventare BRAND . Un simulacro ‘brandizzato’, sponsorizzato, promosso sapientemente,  ma non per questo meno potente.  Oggi  è il marchio stesso che vuole essere Arte, analizza acutamente Dal Lago.

Foucault, per chiudere questo veloce  excursus sul carisma dell’idea nell’arte specie contemporanea, di cui The Art Time si occupa, ha  ben compreso cosa sia questo Simulacro .

Per lui era la Pop Art  l’Arte emblematica del nostro tempo, non a caso come scrisse anche Arthur Danto  .

Dopo l’Idea nelle Avanguardie storiche, la Pop Art è ciò che di più potente ha rappresentato l’arte di questo tempo, un’arte capace di rendere al meglio il ruolo delle immagini nel nostro immaginario .

Il mondo è visto come una gigantesca raccolta di Simulacri. Sono tutti uguali , perché oggetti di uno scambio universale, e tutti diversi, perché come la vita variano di continuo, una sorta di superfetazione da supermercato dell’arte.

Siamo, oggi più che mai (più ancora che al tempo di Warhol, nel  nostro tempo potenziato con Instagram , Pinterest e social vari) condannati alle immagini, a vivere di esse. Certo ci   resta,  per ora,   la possibilità di scegliere fra loro.

L’Aura sopravvive perché l’Arte diviene sì nel tempo, sempre più mutante, ma in quanto Arte,  permane.

Come il carisma è immateriale, ciò che resta è l’idea, i valori che ci trasmette, non l’oggetto in sé.

L’Arte per questo crea civiltà , sempre.

 

CONSULENTE D’ARTE ITALIA

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(Post)Basel Suggestions

Si è conclusa l’edizione 2018 della fiera di Basilea; arte, stile,  mercato miscelati assieme ai massimi livelli di affluenza, attenzione e tendenza.

Quattro giorni di artisticità, creatività, immaginazione, vip collectors e mondanità. Arte versione DeLuxe.

Alcuni momenti artistici clou sono stati:

  • Binomio  Lee-Perrotin:  l’esposizione del francese Bernard Frize nello spazio di  gemellaggio Simon LEE + Galerie Perrotin; uno spazio attiguo e suggestivo collocato su due piani diversi ha ospitato i colori ariosi e astratti del suggestivo pittore
  • Storia dell’arte al climax: omaggio a Robert Indiana ( e ai suoi iconici LOVE Pop ) e doppio omaggio a Sebastian Matta e Marcel Duchamp per la galleria svizzera , con sede anche a New York, Gmurszynska
  • XX secolo in primo piano : un omaggio allo sviluppo delle tendenze che hanno segnato il Novecento ( Mirò, Picasso, Calder fra gli altri ) voluto dalla galleria londinese Helly Nahmad
  • Picasso superstar : in concomitanza con la mostra-blockbuster alla Tate Modern dedicata all’iconico artista, anche Basilea celebra Picasso e le sue donne con la Fondation Beyeler; un bronzo dell’amante Dora Maar, tre masterpieces e altri volti sfaccettati incoronano il periodo anni Trenta, quello che lo ha visto letteralemente trionfare con dipinti femminili ormai leggendari;
  • Ruinart e Liu Bolin : l’artista cinese, conosciuto come The Invisible Man, è stato l’artista partner della casa di champagne  per l’edizione Basel 2018
  • NetJets e la street art : dopo 17 anni di partnership fra NetJets e Art Basel, la compagnia aerea collabora con Oli-B, artista di strada, pittore e illustratore  di Brussels; al NetJets vip lounge dell’Art Basel collectors lounge, Oli-B ha posizionato un’installazione innovativa su svariate superfici ( tela, carta, legno e muro) con molteplici tecniche, fra cui spray, colori acrilici e tecniche di stampa digitale

Alcune osservazioni in merito al mercato :

  • Numerosissimo l ‘afflusso di collezionisti europei, cinesi e koreani;
  • Gli acquirenti provenivano da cento diversi paesi e quattrocento musei e quasi centomila visitatori in termini di pubblico ; 239 erano le gallerie e 4000 gli artisti presenti
  • Le vendite sono andate bene nonostante si provenisse da due settimane fibrillanti alle aste newyorkesi ; Michael Findley , direttore della famosa galleria Aquavella di NY, ha dichiarato ad ArtEconomy24 che “I compratori confrontano i prezzi e vogliono negoziare, sono informati, non sono interessati ad arrivare per primi, ma ad acquistare opere da conservare nel tempo”.
  • Fra gli artisti storicizzati, i record di vendite spettano all’americana Joan Mitchell (Levy Gorvy di New York ha venduto un Untitled del 1959-olio su tela- per 14milioni di dollari ; Hauser & Wirth una tela del 1959 per la stessa cifra ; Zwirner un pezzo del 1959 a 7.5 milioni di dollari ). In vista di due importanti mostre istituzionali in Usa nel 2019, i prezzi della Mitchell son destinati a salire. Anche Louise Bourgeois da Hauser&Wirth è stata una delle artiste che ha raggiunto un valore alto : Le Tre Grazie del 1947 ha toccato i 4.75 milioni di dollari. Andy Warhol da Pace con un ritratto della  Garland è stato venduto a un prezzo non svelato.
  • Brillanti e ‘sociali’ i giovani artisti alla sezione dei  contemporanei: da Esther Schipper di Berlino si stagliava un grande lavoro di Anri Sala realizzato insieme a bambini rifugiati, ad ognuno dei quali l’artista ha chiesto di addentare una mela e osservare le tracce del morso. Una riflessione sulla propria identità, ma anche sul processo di schedatura dei rifugiati. Le fotografie dei frutti, ritoccate a pennello, sono state appese ad altezze diverse a riprodurre le note sullo spartito dell’inno nazionale tedesco (il prezzo non è pervenuto).
  • Si è fatto notare il giovanissimo francese Jean Marie Appriou ( da Eva Presenhuber), che parte da basi fiction per creare sculture figurative ( teste) in materiali tradizionali.
  • Si è fatto notare inoltre un magnifico  Kounellis : con un “untitled” del 1966, una rosa nera di grandi dimensioni (prezzo di vendita 5,5 milioni di dollari). Provenienza ignota. (*)

Art Basel non è una fiera, è un simbolo – evento centrale nel sistema dell’arte , così iconico da sovrastare persino il suo stesso contenuto. E’ brand, moda, sistema, cultura e ,  naturalmente,  business.

(*) Il sole 24 ore , 24 giugno 2018, per le quotazioni delle opere; S.A.Barillà.

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CONSULENTE D'ARTE : mercato dell’arte e sharing economy ?

PUO’ IL MERCATO PROSPERARE NELLA SHARING ECONOMY?

Per un consulente d’arte, un aspetto estremamente interessante è capire il mercato e districarsi fra i cambiamenti e le tendenze. 

Fra gli articoli più interessanti letti sul mercato dell’arte, spicca quello in The art Newspaper di giugno . Qui Melanie Gerlis affronta il tema dell’economia globale in relazione alla chance dell’arte di prosperare e vendere . Perché l’arte, per poter continuare a creare idee , deve vendere. Ça va sans dire.

Il primo punto fermo della sua analisi è che i millenials non sembrano mostrare lo stesso gene della generazione precedente in tema di collezionismo.

Nessuno vuole più possedere nulla. Si tratta di fare esperienza delle cose, condividerle e essere-nel-momento. Dalla rivoluzione digitale, gli algoritmi prevalgono sul mondo fisico” . 

POSSEDERE O FARE ESPERIENZA

L’affermazione non è senza peso.

Secondo un certo punto di vista, questa è una cosa magnifica che ha contribuito a far fiorire il crowdsourcing  e il riutilizzo di materiale per produrre nuovi oggetti, ad esempio. Secondo un altro, non è una buona notizia : il mercato dell’arte si affida al culto del possesso. Un collezionista che non vuole possedere non è un collezionista .

Questo passaggio dalla proprietà a una sorta di economia condivisa, in cui ad esempio funzionano compagnie come Uber e Airbnb, è all’ordine del giorno dei temi importanti per i leader del mercato.

Un consulente d’arte si chiede : l’arte del futuro sarà più un oggetto di esperienza? Si venderanno esperienze ? 

Mark Spiegler, direttore generale di Art Basel, la  fiera più importante e trendy al mondo, dice che non si dovrebbe sopravvalutare questa tendenza dei tempi che arriva anche nel mercato dell’arte , ma va sicuramente tenuta in considerazione .

Ci sono alcuni effetti positivi per l’arte in tutto questo: se da un lato la ‘feticizzazione‘ dell’unico potrebbe essere in diminuzione, i lavori in molteplici edizioni,  quali fotografia, stampe e ceramiche, sono sempre più popolari e aiutano ad espandere l’appetibilità del mercato artistico.

Alcuni Musei, inoltre, invitano i visitatori a condividere su Instagram i lavori esposti, che ancora una volta è segno di democratizzazione dell’audience potenziale per l’Arte.

Condividere e supportare diviene più interessante dell’acquisire o dell’investimento finalizzato alla speculazione, come afferma Alain Servais, membro di FRIENDS OF LISTE,  un brillante programma che ha ridotto le spese per le mostre di dieci delle gallerie della Liste art fair di quest’anno.

Gli intermediari d’arte, fra i quali anche i consulenti d’arte,  stanno sperimentando modi di monetizzare le esperienze (c’è gente che paga fino a 50 $ al giorno per l’esperienza di vedere i dealers vendere arte a Basilea durante Art Basel ).

CONCLUSIONI

 

Il punto in forse è cercare di quantificare quanto esattamente questo cambiamento macro economico cambierà il mercato dell’arte. E’ una nicchia di mercato e le basta una manciata di compratori buoni per tener su le apparenze. 

Ancora, quindi, spiega Spiegler,” le gallerie e gli artisti che possono fare del comprare e possedere arte un ‘esperienza, hanno un futuro naturale garantito” 

Questa tendenza quasi immateriale è molto interessante per un consulente d’arte che sia attento ai movimenti spesso sotterranei e impalpabili dei trends artistici. 

La frase di Jimi Hendrix “have you been experienced?” appartiene più che mai all’attuale nicchia dell’universo economico-artistico. *

*in Fair Dailies, www.theartnewspaper.com

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LADY BEECROFT, BRAND E CORPO SACRO , CONNESSIONI

Il corpo: sempre più sede e depositario di un marchio identitario, sostituito al volto come fisiognomica rivelatrice del tratto di personalità, come terreno di indagine di ciò che da familiare diviene inquietante, perturbante ( uncanny), per dirla à la Freud .

Il volto, dal Rinascimento, era sede dello studio dell’anima, basti pensare a quel meraviglioso capolavoro che è il ‘Doppio Ritratto’ attribuito a Giorgione , esposto a Roma in Palazzo Venezia. Datato fra 1500 e 1510,  è un unicum fino a Caravaggio; così, nel ’79, Ballarin definiva quest’opera incredibilmente suggestiva, un ritratto involontario, si può dire, non idealizzato, inteso come medium che rivela l’anima nella sua essenza, che sviscera i significati più profondi dell’esistenza contrapponendosi all’accademica ritrattistica ufficiale.

Il corpo diviene regno di Identità, dopo Freud, diviene sede di pulsioni, di emozioni, di slittamento di senso, dal suo interno alla carne, alla pelle.

Vanessa Beecroft gioca col corpo femminile, rifacendosi al Rinascimento, mediante  meravigliose vestali immerse in tuniche bianche, che le rendono come elementi organici della natura, quasi diafane e trasparenti, in cui il corpo seminascosto e al contempo rivelato dai panneggi minimali raggiunge una dimensione corale unica, senza coreuta, l’eterno femminino che dal classicismo arriva al post-moderno, con volti diafani o nascosti. Un misticismo sensuale, in performances che sono danze emozionali in cui l’Io è allo specchio, uno specchio senza tempo, senza doppi, senza enigmi, nella sua essenza materiale che ha il soffio dell’eternità.

Gioca anche giochi più trasgressivi, Beecroft: è l’artista dei corpi le cui opere sfuggono a una qualsiasi definizione classica. Performances in cui le immagini viventi, realizzate con ragazzi seminude, spesso immobili, sono simbolo della nostra contemporaneità, una rappresentazione dei costumi del nuovo millennio  raccontata attraverso corpi svestiti di modelle professioniste, immortalate e fermate attraverso scatti fotografici e video .

Il corpo è assolutamente il protagonista.

C’è un corpo sacro.  La bellezza femminile  è indagata nelle sue molteplici sfaccettature, nella sua fisicità, nel rapporto con l’Arte del passato. Il corpo è arte, l’ Aura di queste performances sta nell’essere dimensioni eterne del femminino, pur nella dimensione temporale ‘di passaggio’ che le caratterizza per forza di cosa, per la natura stessa di una performance.

Il corpo e la bellezza della Beecroft si riferiscono alla pittura di Botticelli e di  Lippi, si intrecciano con motivi autobiografici ( e questo è sempre vero in un genere come la Performance) e con suggestioni derivanti dallo spazio circostante, con rigorosa attenzione all’impianto scenografico e figurativo, che rende la performance più vicina alla pittura che all’azione vera e propria .

Scultura e performance si attuano in questo altare sacro dell’apparire, in questa dimensione corale di memoria greca ( e dunque , catartica) e vengono ulteriormente stigmatizzati con la ripresa fotografica e video, espedienti mediatici che completano l’ “eternità” connessa alla sua ricerca, principalmente rivolta al corpo femminile e alla condizione femminile, il cui medium è appunto ‘the body’.

Con il corpo, attraversa alcuni degli aspetti più controversi e intriganti della realtà sociale e culturale di oggi, tra cui il rapporto tra cibo e sessualità e l’ossessione per la bellezza e la forma fisica, fino alle conseguenze più tragiche dell’anoressia.

Con la Body Art il corpo, considerato quasi sorgente inesauribile di ogni atto di vita, tenta di riappropriarsi di quanto gli è stato sottratto nell’anonimia e nell’artificialità dell’universo contemporaneo.

Il luogo in cui opera la Beecroft si trova nel precario punto di intersezione fra il corpo stesso, giocato in prima persona, e la registrazione meccanica, fra la diretta attività fisica e l’immagine tecnologica ( foto, film, videotape) .

Emblematica della ricerca estetica di Vanessa, la Maternità  in tre momenti, in cui il bianco e il nero della pelle si intrecciano con il rosso e il nero delle vesti, in cui il tema dell’uguaglianza si intreccia con il tema del valore estetico dell’arte ( la scelta dei colori nelle vesti ad esempio ), in cui tre maternità diverse sono acccomunate da una duplice maternità, da un doppio figlio, rispetto alle maternità sacre tradizionali, che sono sconvolte sia nei colori del bambino sia nel numero.

La maternità sacra è il topos visivo più inflazionato e famoso della storia dell’arte Occidentale dal cristianesimo in poi; in Vanessa Beecroft rivive un nuovo Rinascimento, inteso come valore estetico divergente ma anche valore intrinseco divergente, in cui diversità e alterità si sostituiscono alla tradizione e alla regola. Sono Madonne attraversate dall’ago e dal filo di Louise Bourgeois, senza una connessione a Freud così lampante, ma certamente un ago e un filo che cuciono una nuova veste femminile, quella della libertà, pur nel rispetto di  un’estetica che però è un ‘estetica capace di divergere, di differire.

C’è, poi, un corpo-brand. Un corpo marchio. O marchiato , si può affermare. Un doppio intreccio di corpi, doppi anche nel colore ( di nuovo, pelle bianca e pelle nera ): bianchi e neri acccostati come spunto di riflessione e nell’ironica disposizione spaziale che fa indubbio riferimento al marchio di Louis Vuitton . I corpi nudi bianchi formano la L e i corpi nudi neri formano la V.

La riflessione della Beecroft in questa immagine è sull’identità del corpo nella società occidentale dominata dal Marchio, dal sistema della Moda, sulla possibilità dell’identità singola ( resa individuale al massimo attraverso la scelta della nudità, primitiva e arcaica, in netto contrasto con la contemporaneità e l’artificio del brand ) di sopravvivere, se perfino corpi nudi si incastrano in modo da inneggiare a una finta coreografia di danza che è in realtà un tributo a una griffe famosa, resa ancestrale . Nudità e brand si incastrano in un rimando senza inizio e senza fine, senza causa né effetto : il brand è umanizzato dal corpo in flesh&bones, come fosse così attuale da essere davvero vivente, e la nudità è azzerata, marmorizzata dall’essere impostata come un brand. Somma zero : niente prevale. L’intreccio è ineluttabile,  l’arte diventa brand, il brand diventa arte, il corpo diventa arte e brand al contempo.

Le singole identità fanno sì parte di un ingranaggio che fagocita e schiaccia, che tende ad appiattire e a svuotare per lasciare spazio a significati artificiali e commerciali legati al Sé ; ma è anche vero che il brand diventa organico e viene smitizzato in questa connessione con la carne nuda, una sorta di ‘pasto nudo’ alla William Burrough . Non si sa se la Moda divori il corpo o il corpo si unisca ad essa senza perdersi.

Apre domande, Beecroft, e dona sicuramente risposte estetiche, in cui il ‘sentire’ è appunto primario, indispensabile, riossigenante.

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ALIGHIERO BOETTI, ‘Per filo e per segno’ ad ASTI

  • Alighiero-Boetti.-Perfiloepersegno.-Exhibition-view-at-Palazzo-Mazzetti-Asti-2018.-Photo-©-Enzo-Bruno

La Fondazione della Cassa di Risparmio di Asti presso  Palazzo Mazzetti, un magnifico Palazzo settecentesco, ha organizzato di recente  la mostra personale di Alighiero Boetti “Perfiloepersegno”, a cura della storica dell’arte Laura Cherubini in collaborazione con Maria Federica Chiola  .

Segni e fili fan parte della grammatica artistica di Boetti : segni come gesti ma anche come tracce lasciate, fili come arazzi, ricami , lavori dall’amato Afghanistan così hippies e anni Settanta da affascinare ancora oggi come alcune fra le opere più folk, poetiche e casuali dell ‘Arte Povera.

Sessantacinque opere eterogenee si dipanano fra le sale del magnifico palazzo, accomunate dall’idea di arte dichiarata da Boetti : ‘si può usare tutto, per fare arte, senza nessuna gerarchia’.

Arazzi, la famose mappe, ricami, cartoncini a biro, tappeti : un modo di fare arte antropologico, casuale, materico e spirituale assieme perché Boetti , ‘Io e Boett’i come direbbe lui, notissimo per l’opera dell’Io e del suo doppio, unisce yin e yang come uno sciamano provetto in ogni sua manifestazione artistica.

I segni sui ricami han un valore che corrisponde all’istante, in un tempo transeunte che li vede protagonisti nel tempo in cui li si legge, li si vive, li si interiorizza. Un tempo interiore di durata alla Bergson e un essere-nel-tempo alla Heidegger ( ma anche nello spazio, meglio se sconfinato , quello delle geografie improbabili e da scoprire ).

I suoi arazzi hanno una valenza etnica di trait d’union fra Oriente e Occidente, come le scale gnawa della musica anni Settanta, e diventano bandiere concettuali di luoghi dell’anima, prima che di geografie fisiche.

Infine, le opere meno note di Boetti, quelle a penna biro: con  monologhi ossessivi composti da un gesto ritmato e ripetuto, esasperanti per la regolarità dell’atto; una sorta di eterno ritorno del segno della penna, quasi rituale.

L’arte secondo Boetti

L’arte va trasformata in un evento continuo secondo Alighiero Boetti, in una manifestazione di vita in uno stato puro.

Boetti desidera che il suo corpo nell’arte sia un flusso e non una ripetizione, una rappresentazione statica, un doppio immobile, ma un ‘incessante creazione continua’.

Questo anche nei suoi arazzi, nelle mappe e nelle penne a biro : segni di sé che però soffiano l’attimo dell’istante, e nello stesso un’eternità fatta di un certo gusto per il rito, come un guru senza regole ma dalla ferrea regola di trasgredirle tutte .

Vita e arte sono connesse da una corrente di energia, che lascia spazio a sogni, immaginazione e libertà.

Si ha spesso la sensazione con Boetti di essere in mezzo a un vodoo sciamanico che prende vita, si fa dinamico, ironico, transeunte ma anche eterno.

Le cose divengono e si trasformano perennemente, le ripetizioni sono riti circolari che azzerano il senso di staticità e di tradizione.

La tradizione culturale dell’arazzo diviene gioco di mani, di fili, di storie di tessuti, in cui il materiale, povero per l’appunto, mette l’accento sulla vita e non sull’eternità di marmi tradizionali .

Un po’ come avviene nelle Venere degli Stracci di Michelangelo Pistoletto : tradizione sì ( classica per Pistoletto, folk per Boetti ), ma trasformata dal contatto di materiali poveri ( gli stracci usati dal pittore per Pistoletto, i fili di cultura popolare per Boetti ).

Le mappe, gli arazzi, le tracce corporee ( come ‘Io che prendo il sole a Torino’ , il 19 gennaio 1969) mostrano loro stessi come archetipi comportamentali , materia, hic et nunc, gioco libero e spesso spensierato nell’afferrare l’Istante.

 


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COLLEZIONISMO, TENDENZE 2018 : Arte Povera superstar e altri autori del XX secolo italiano

E’ sempre arduo scrivere sull’andamento di un mercato complesso  come quello dell’arte.

Il settore del mercato dell’arte sta diventando certamente più selettivo, solido e spesso non si trovano capolavori.

Il post Brexit ha sicuramente comportato una battuta d’arresto dopo anni di crescita nel settore del contemporaneo.

L’arte italiana del XX secolo nel 2017 ha ottenuto risultati non omogenei e piuttosto altalenanti, tanto che  si è parlato di crisi del settore prevista per l’anno in corso, 2018 .

Casamonti, titolare di Tornabuoni Art con sede a Londra e Parigi, afferma al contrario di non vedere significative battute d’arresto .

Due aste di Sotheby’s  fra Londra e Milano nel 2017 non hanno avuto un grande successo, ma più che vedere una crisi si deve interpretare il fatto come un aumento di selettività del settore.

Il 2017 ha visto valori record per artisti italiani quali Alberto Burri e Michelangelo Pistoletto, ma anche Alighiero Boetti, Franco Angeli e  Salvatore Scarpitta .

Un ‘Nero di Plastica’ di Burri del 1963 è stato battuto da Sotheby’s New York in autunno per 10.9 milioni di dollari. ‘Specchio’ di Pistoletto del 1967 è stato battuto da Christie’s London in ottobre per 3.1 milioni di dollari .

Ci sono altresì stati lotti degli stessi autori rimasti invenduti.

Ogni opera è a sé stante, nonostante l’ottimo mercato di un autore , il suo prestigio e l’andamento generale di aste e mercati.

La nuova generazione di collezionisti è sicuramente più esperta, documentata, esigente; o si sceglie  la masterpiece da record assoluto o, al contrario, si aspetta un ‘opera meno spettacolare ma che abbia prezzi assai più ragionevoli.

A volte un’asta non ‘funziona’ perché ci sono nomi altisonanti ma magari non una qualità eccelsa di pezzi; perché il mercato cresca, servono capolavori. Servono opere straordinarie.

Non essere in grado di trovare opere eccezionali quanto a qualità per poterle destinare alle aste a cadenza bimestrale è un dato di fatto.

Nelle Fiere più importanti, da Fiac parigina a Miami Basel, le quotazioni rispetto all’anno precedente hanno registrato un +15%.

Boetti è ad esempio un artista che ha raggiunto una fama stabile internazionale, ma oltre ad offrire opere eccezionali a prezzi importanti, offre una serie di ricami e lavori minori a prezzi altamente più accessibili .

Burri negli ultimi anni ha andamenti stranamente dicotomici : i capolavori eccelsi che passano sul mercato raggiungono vette strabilianti, mentre opere più recenti han valori  molto inferiori quando non restano addirittura invendute.

Tutto il mercato del Novecento, che ha avuto una flessione negli ultimi anni, sta subendo però un’inversione di tendenza : aumentano De Chirico, Carrà, Morandi, Severini, Balla.

Mostre importanti dedicate a questi artisti contribuiranno certamente ad un aumento di valore e quotazioni nelle aggiudicazioni delle aste future.

Il mercato del futuro si preannuncia sempre più selettivo ed attento* .

*Stefano Cosenz, La Stampa, 12 feb.2018

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